Mario Bertoncini (1932-2019)

Tune (1965, ad libitum)

per piatti sospesi

(amplificati e spazializzati)

 

Richard Barrett (1959)

Urlicht (2013-2014, 14′)

per tre percussionisti

e spazializzazione ad libitum

 

Marco Momi (1978)

Vuoi che nel fuori  (2020, 22′)

per trio di percussioni ed elettronica

Il repertorio proposto copre un arco temporale di oltre mezzo secolo a testimonianza della longevità ed inesauribile vitalità del rapporto tra gli strumenti a percussione, il suono amplificato e l’elettronica tout court.

 

Composto nel 1965, proprio quando Mario Bertoncini entrò nel Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza, Tune è destinato a una serie di cinque piatti sospesi di diversa intonazione, suonati da più esecutori (o in alternativa da uno solo in dialogo con il proprio Alter Ego di sovra-incisioni su Nastro Magnetico). Il compositore cercava soprattutto di liberare il concetto di forma dallo svolgimento temporale, di sostituirlo con una nuova palette sonora (come nell’arte informale il colore sostituiva le strutture formali), estraendo dagli idiofoni dei suoni continui, affermando così uno stile molto personale. Dall’incontro di Bertoncini con ZAUM_percussion ne è nata una versione amplificata e spazializzata per mettere in risalto la varietà di soluzioni timbriche che scaturiscono dalle diverse sollecitazioni dei piatti.

 

Composto per tre percussionisti ciascuno dei quali dotato di un vibrafono e di diversi altri piccoli strumenti a percussione intonati e non, urlicht (2013-14) di Richard Barrett prevede una spazializazione del suono opzionale. Anche le discrepanze d’intonazione tra i vari strumenti sono accolte come un valore e non come un compromesso. Il senso di continuo cambiamento e di crescente differenza nelle relazioni sonore viene ulteriormente evidenziato dall’uso dei motori dei vibrafoni a diverse velocità sovrapposte.

 

Marco Momi invece non usa l’elettronica per amplificare o spazializzare il suono, ma come parte integrante del lavoro compositivo. Questo tipo di elettronica stringente si compenetra strettamente con la scrittura strumentale e prevede numerosi tipi di sintesi e di trattamenti dei fenomeni oscillatori, che gli permettono di realizzare processi di “scenarizzazione” del suono e una nuova forma di drammaturgia basata sul legame tra suono e gesto (“un’unione che talvolta conosce frizioni, sfasamenti o aperture verso connessioni inattese”). In Vuoi che nel fuori (2020) per trio di percussioni ed elettronica, Momi parte dall’idea che il gesto che produce il suono possa liberarsi della sua natura frequenziale per assumere un valore taumaturgico: esce fuori dallo strumento, dal corpo/perimetro, attraverso la voce o l’incantamento motorio. È attraverso questo fuoriuscire episodico (a volte rapido o esitante, a volte perso e senza meta) che il corpo conosce il magnetismo di ciò che è al di fuori. Ma se il “fuori” parla lingue straniere, le mediazioni dovute ci riportano al confronto con noi stessi e con l’intimità più nostra che vogliamo tradurre.

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